La Matrigna

di nerinacodamozza

“Tribunale delle fiabe, sette ghiandaio anno milletrecentodue del regno dei fratelli Grimm.
Protocollo numero 648.
Imputato: la Matrigna di Biancaneve”

Il Bianconiglio redasse l’intestazione e poi si voltò a guardare la donna. Questa, algida e compita, sedeva su uno scranno al centro della sala.
L’avvocato dell’accusa le girò intorno, tirandosi la punta della folta barba. Infine le si fermò davanti, batté un tacco a terra e cominciò a parlare. Il Bianconiglio intinse la piuma nell’inchiostro e riprese a scrivere.

“– Perché tutto questo accanimento verso quella povera fanciulla? Come può un cuore di donna, di regina per giunta, grondare un’invidia tale da desiderare la morte di una creatura tanto adorabile? Biancaneve è così pura e bella!
– Bella. Oh. Certo. Bella. Bella. Bella. La più bella del reame.”
In un corsivo più piccolo il coniglio annotò “la Matrigna ha lo sguardo fisso e un sorriso stampato sul volto rigido. Poi cambia espressione, i tratti si distendono, le rughe appaiono più evidenti, l’intero volto è segnato dalla stanchezza e dall’età. Pronuncia con voce roca e bassa queste parole:
– Come se la bellezza fosse una virtù.
– Come dice? – l’avvocato è duro d’orecchi e tira fuori dal taschino un cornetto acustico.
– Ho detto che veniva considerata la più bella del reame. Dal re, dai servi, dal popolo e dallo specchio che non mente. – la Matrigna ha nuovamente la maschera da regina sul volto. Occhi fissi e sorriso d’ordinanza.
– E quindi? Ha tentato per quattro volte, e qui, ranocchi della corte voglio sottolineare quattro volte, di ucciderla per la sua bellezza? È un chiaro reato d’invidia. Lo scriva Bianconiglio.
La matrigna strabuzza gli occhi e scivola un poco sul sedile. L’espressione ritorna opaca e spenta.
– Sono nata in una notte di tempesta ottava figlia di un re di un piccolo regno. Sette fratelli e io. A me fu negato lo studio delle arti o della cavalleria. Rinchiusa nel palazzo, in un’ala stretta e fredda, a imparare a camminare in modo leggiadro, a sorridere con grazia e a sedere nel più perfetto e regale dei modi. Solo questo per giorni e mesi e anni. A dire di sì agli uomini e alle nobildonne di rango superiore al mio, proprio in questo modo, lo vede? Reclinando appena il capo, puntando gli occhi verso terra, socchiudendo la bocca come per dare un bacio su una guancia: sì. La stessa emissione di fiato di un uccellino, non un sospiro, né di debolezza, né di piacere. Petto in fuori e pancia in dentro. Stringi la vita, nessuna ragazza grassa o con i piedi gonfi diventerà mai regina. Mai mostrare le gambe. Mai accavallarle. Mai ridere sguaiatamente. Mai uscire senza fazzoletto, mai mangiare fino a sazietà. Imparare a cantare solo ninne nanne e dolci nenie e mai, mai, mai cantarle con voce diversa da quella dell’usignolo. Mai una nota stonata. Mai mostrare il dolore. – la matrigna ha preso colore, si porta una mano alla gola e si guarda intorno. Raddrizza il busto, riempie i polmoni.
– Mai mostrare dolore! – la voce le si fa imperiosa. – Sorridi mentre un laccio ti stringe la vita per mettere in evidenza una forma sinuosa, la moda e l’etichetta valgono più di un respiro pieno. E no, no, no! Non mostrarti stanca o triste. Non puoi essere debole, né arrabbiata. Devi essere bella. Bella e sorridente. La più bella del reame. – Su quest’ultima frase la Matrigna incespica e la voce le si fa strozzata. Si passa una mano sul volto, nascondendolo ai presenti. Poi riappare, sul viso ancora più rughe, i capelli ingrigiti. Gli occhi opachi.
– Ero una bambina curiosa. La più intelligente fra i fratelli. Ho imparato a leggere di nascosto. Di nascosto ho studiato. Di giorno m’insegnavano la bellezza e la grazia, di notte apprendevo l’alchimia.
– La stregoneria! – l’avvocato le punta un dito contro.
– Oh, sciocchezze da piccolo popolo. Nessuna stregoneria, ma la scienza dei fiori e dei metalli. Una bilancia e la sapienza dell’oriente. Mescolare, sciogliere, scaldare, ottenere polveri e precipitati. Conoscere che la lingua di serpente, trattata con spremuta di gemme d’aconito, dà un fluido verde che blocca il fiato se ingoiato. Conoscere il modo di fermare la morte o di donarla. Alchimia. Tutto quel che riuscivo a leggere. Non avevamo tali manoscritti al castello. Me li portava un ambasciatore da lontano. In cambio giacevo con lui. Era grasso, e aveva un neo grosso quanto un acino d’uva sul mento, all’inizio. Ma
cresceva, passavano gli anni e la macchia diventava più spessa e più larga. Fissavo quel neo mentre lui mi copriva. Mi esercitavo a sorridere. Anche con gli spilloni. L’istitutrice me li piantava nelle gambe mentre mia madre osservava il mio volto. Buchi profondi e neppure un lamento. Uno sguardo gentile e un sorriso verginale. Questo la mattina. Il pomeriggio si provava lo sguardo da regina verso il re. A giorni alterni quello delle uscite in pubblico. Di fronte ai figli o ai questuanti. Un campionario di espressioni consentite. – la Matrigna si sfrega le tempie. Prende fiato.
– Sta divagando. Arriviamo a Biancaneve.
– Sposai suo padre per una postilla di un accordo di pace. Per lui erano seconde nozze. Per me la prima uscita dal regno. La bambina era adorata da tutti. Com’è bella e com’è buona. Le era permesso ridere e giocare all’aria aperta. Le era permesso piangere. Il re l’adorava. Era un uomo ancora prestante, ma non mi ammise mai nel suo letto. Preferiva le servette. Io ero una postilla, niente di più. – la matrigna stringe i braccioli dello scranno, la tensione le fa fremere il corpo – Biancaneve viveva in un costante stato di felicità inammissibile. Irritante. La pura e idiota felicità degli stupidi. Mancava di cervello, stupida più di un lombrico e rumorosa, gaudente e tarda, come una colomba in amore. Però bellissima, una
pelle candida come la neve, i capelli corvini e lucenti, le labbra come rubini. Cresceva e la sua risata mi cresceva qui – si picchietta la fronte. – come un’emicrania. Come il neo dell’ambasciatore col turbante. E più diventava bella più diventava stupida. E tutti intorno a lei, tutto il castello, tutto il contado, gli animali dell’aria e dell’acqua, le fiere feroci e le lepri, gli asini, le cavalle, tutti pensavano che fosse la perfezione. Era bella, la più bella del reame, tanto bastava.
– Quindi la odiava per la sua bellezza.
– Nessuno avrebbe compreso un altro motivo. Non ci chiedevano altro. Un reato d’apparenza era necessario. Nessuno conosceva le virtù nascoste nella vita minuscola degli insetti, le proprietà dei ragni, la sublime poesia racchiusa nell’estratto dei giunchi palustri. Una poesia viscosa che purifica il sangue dagli eccessi tossici. No, al massimo si parlava di filtri d’amore. Sciocchezze e bellezza. Bontà esteriore. Bontà dovuta a un limite del raziocinio, non alla saggezza e alla conoscenza. – la Matrigna alza una mano.
– Ora mi sento stanca. Posso tornare nella mia cella?
– L’attende il verdetto. Come si dichiara?
– Innocente.
– Vuole prendersi gioco di noi?
– Lei crede che se avessi voluto non l’avrei uccisa davvero?
– Ha tentato, ma Biancaneve…
– Non dica empietà. Scelsi il cacciatore dal cuore tenero. La moglie aveva appena partorito. Coltivava camelie nel tempo libero. Le avevo dato una possibilità di fuggire. Via dai miei occhi.
– E il laccio? Il pettine, la mela?
– Diventai matta nei giorni noiosi. Un po’ tocca a furia dell’abulia della corte. Erano giochi innocenti. Semplici sonniferi. Se avessi voluto ucciderla, Biancaneve sarebbe morta. E se fosse diventata, non dico intelligente, questo lo ritenevo impossibile, ma almeno un po’ più furba, non le sarebbe successo niente. Chiedevo appena la stessa scaltrezza della lepre che fugge di fronte al lupo. Se fosse riuscita a concepire un pensiero di semplice causa ed effetto, non le sarebbe successo niente. Neppure il sonno o lo spavento dei nani.
– Chiede l’infermità mentale? Si ritiene matta?
La matrigna non parla più. Sorride soltanto, gli occhi fissi, guarda un punto lontano, oltre l’avvocato, oltre la corte.
Un ranocchio incoronato salta sulla balaustra, il gracidare riempie l’aula.
Entra il giudice.
– L’imputata è giudicata dalla corte colpevole. La condanno a indossare pantofole di ferro rovente e a ballare al matrimonio di Biancaneve fino alla morte.
La matrigna continua a sorridere.”
Il Bianconiglio depose la piuma sul banco, aspettò che le guardie portassero via la Matrigna, poi controllò l’orologio tirato fuori dal panciotto e brontolò all’aria.
– È tardi, tardissimo.
Riprese la piuma, la intinse nell’inchiostro e vi scrisse:
“Tribunale delle fiabe, sette ghiandaio anno milletrecentodue del regno dei fratelli Grimm.
Protocollo numero 649.
Imputato: il Lupo dei sette capretti.”

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