La Fabbrica di occhi, i pesci e i formicaleoni

Il bagno all’ultimo piano della Fabbrica di occhi è il primo ad avermi disubbidito. È una grotta dalle pareti lisce che puzza di disinfettante e pipì. È segno che la mia autorità sugli oggetti si sta affievolendo e se è successo una volta, accadrà ancora. Sto crescendo e presto mi ritroverò inerme come gli adulti che non sanno fare magie; sto per compiere undici anni, tanti che non bastano due mani per mostrarli, e d’ora in poi niente sarà più potente come prima.

Mi hanno lasciata nei bagni all’ultimo piano, quello dove c’è la sala video e sul muro si proiettano le foto dei pesci oculorum. Dimenticata come se fossi un cappellino che scappa dalla mente con facilità. La porta del bagno si è inceppata e non si è più aperta, mentre i miei compagni dovevano già essere defluiti attraverso l’uscita sulla sinistra e stavano scendendo le scale di ferro, un po’ arrugginite, ascoltando il calpestio dei propri passi e ridendo come scemi. Così non hanno sentito la mia voce che urlava sono qui, sono Mira, tornate a prendermi. Poi devono essere saliti sul pulmino blu e la maestra si sarà dimenticata di contare le teste. O forse ha contato male. Andare in gita accompagnati dalla maestra di lingua e non da quella di matematica può portare a questi inconvenienti. In realtà non sono sicura che con l’altra sarebbe andata meglio.
Il fatto è che gli adulti, qua sull’isola, tendono a dimenticarsi le cose.
Adesso ho fame. Nello zainetto c’è la pellicola d’alluminio appallottolata e il brick del succo di frutta vuoto. E c’è il bloc-notes su cui non ho preso nessun appunto. Ho solo scritto sulla prima riga del primo foglio Gita alla Fabbrica! tanto le cose che ci racconta la guida sono sempre le stesse e di queste gite ne facciamo due all’anno, perché sono gratis e anche il pullman lo mette a disposizione la Fabbrica.

Prendere il pullman è la parte più interessante perché traballa e poi nessuno di noi ha una macchina e sull’isola non ci sono altri mezzi. Se te ne vuoi andare fuori città, ci vai a piedi e se fa troppo caldo ti metti a sonnecchiare sotto una palma, oppure ti corichi in un fosso quando viene buio e non hai fatto in tempo a tornare a casa. Solo i pulmini azzurri percorrono l’isola e ci caricano i lavoranti più volte al giorno.
Quasi tutti qua lavorano per la Fabbrica; molti restano in città, nei magazzini delle spedizioni, o ai telefoni per parlare con i clienti. La Fabbrica dà lavoro a così tante persone perché quello degli occhi è un mercato fiorente ed è l’unica al mondo ad avere il brevetto per i pesci oculorum e questo ci rende tutti fortunati. Ci sono isole dove la gente non ha da lavorare allora inizia a bere e ubriacarsi, oppure è costretta a sorridere ai turisti e a fargli da mangiare, a mettersi vestiti a fiori e a raccattare cicche di sigarette, carta straccia e bicchieri di caffè. Io non lo so se i turisti sono davvero una piaga come le zanzare ma è quello che si dice.
Da noi non viene nessuno. Ci sono delle navi intorno all’isola per controllare che non si avvicinino intrusi e delle torrette di avvistamento. Le navi appartengono alla Fabbrica, le torrette invece c’erano da prima. Perché un tempo qua ci spedivano i prigionieri come gli assassini e facevano i lavori forzati. Gli indigeni che ci abitavano ancora prima invece non si sa che fine abbiano fatto. Chissà, forse un giorno sono saliti sulle canoe e hanno remato fino a oltrepassare la linea dell’orizzonte e non sono più tornati. Per questo non potremmo metterci i gonnellini a fiori e la sera salire su di un palco a rappresentare gli antichi rituali come la danza del sole, o la tragedia delle onde.
Per essere coerenti dovremmo recitare omicidi e pugnalarci sul palco, schiacciando di nascosto un pomodoro tenuto nel pugno, ma si sporcherebbero i vestiti degli spettatori nelle prime file, e non sono sicura che ai turisti piacerebbe. Così non ci verrebbero comunque sull’isola e saremmo costretti a diventare degli ubriaconi. Quindi tanto vale che ci sia la Fabbrica che ci dà il lavoro.

La notte sull’isola è calma. Pochi se ne vanno in giro, qualcuno dorme sulle amache appese ai portici e gli unici a restare svegli sono quelli che lavorano ai telefoni al turno delle ventitré, ma stanno chiusi dentro ai grossi uffici e nessuno li vede. Io me li immagino sussurrare ai clienti che vivono dall’altra parte del mondo dove è mattina, che magari s’indispettiscono e chiedono di alzare la voce, ma qua è notte e ti viene da parlare piano.
In casa mia siamo sette fratelli e sorelle. Dormiamo tutti in una stanza, per questo mamma non si è accorta che non sono tornata e i miei fratelli staranno pensando che mi sono nascosta da qualche parte, come faccio sempre e non mi verranno a cercare. Resterò qua fino a domattina quando un lavorante arriverà per pulire.
O forse mamma e papà avranno un’intuizione della mia assenza. Ma non ci spero molto, perché anche loro, come tutti, dimenticano le cose. Mi capita di trovarli in giro per la cucina, con gli occhi sgranati e la bocca socchiusa, quando mi sveglio per fare la pipì. Sembrano degli alieni smarriti in un supermercato a guardare stralunati una padella appesa al muro e il bottiglione di olio. Li riaccompagno a letto e ripeto il loro nome e quello degli oggetti che incontriamo: attento al tavolo, là c’è il muro, non far cadere il vaso, cose così, e loro balbettano le mie stesse parole che sembrano rassicurarli. Annuiscono e fanno un cerchio con la bocca come pesci che aspettano che gli si butti da mangiare.
Non capita solo ai miei genitori. Secondo Carlos è un effetto collaterale. Lui dice che quando vuoi sbarazzarti di un brutto pensiero, non puoi farlo senza cancellare qualcos’altro, come se i ricordi fossero anelli di una catena che si tirano uno appresso l’altro. Non so che cosa hanno voluto dimenticare, ma io mi sforzo di ricordare tutto, perché non voglio diventare così. Non voglio scordarmi le cose.

Ieri notte io e Carlos siamo stati in spiaggia a guardare le stelle, dopo avere corso, e ci siamo coricati sulla sabbia che era ancora calda, mentre il vento soffiava ed era come un lenzuolo fresco che ci avvolgeva. Anche la mano di Carlos era calda e il cuore gli batteva dentro al pollice; l’ha messa sul mio petto e l’ha lasciata lì. Siamo rimasti a guardare il cielo senza muoverci. La mano di Carlos doveva essere davvero calda perché il calore mi ha riempito il petto ed è andato in giro per tutto il corpo e mi è sembrato che la pelle e i costumi non fossero abbastanza per separarci, non solo noi, anche l’aria e la sabbia e le luci sfrigolanti delle stelle. Come se ci stessimo squagliando.
Voglio tenere tutto fisso in mente: il colore verdeacqua del costume e le spalline gialle fluorescenti. I puntolini del tessuto che si sta consumando. L’odore dei ricci salati che la bassa marea lascia a riva. Il suono del vento dentro le orecchie e la pelle d’oca. I disegni che la sabbia ha inciso sulla schiena di Carlos, il taglietto sull’indice della sua mano destra, il cerotto sporco che per metà non appiccica più sul mio ginocchio. I formicaleoni che volano basso sulla sabbia come elicotteri. L’odore dello shampoo al cocco che usiamo a casa e che riempie le stanze quando ci laviamo. Il colore di tutte le case che mi separano da scuola e la forma delle pietre che incontro, la macchia gialla a forma di ufo sulla terza mattonella dall’alto in cucina. Il dente di squalo che mi ha regalato il nonno. Tutti quelli da latte che mi sono caduti; il sole quando è a picco e il sudore gocciola come l’acqua zuccherata da un ghiacciolo che appiccica le mani e quando stringo quella di Carlos sembra che non potremmo staccarle mai più e l’idea è che dovremmo fare sempre le cose insieme poi. Dormire una sera a casa mia e una nella baracca al limitare della spiaggia bianca dove vive la sua famiglia. Dovremmo anche decidere delle regole, tipo che quando uno fa la pipì l’altro deve tenere gli occhi chiusi. E saremmo obbligati a sposarci perché nessuno vuole sposare chi è già legato a un altro.
E anche se a unirci c’è l’appiccicaticcio dello zucchero che cola dal ghiacciolo l’idea è perfetta.

Così adesso che nessuno sa dove mi trovo, e sono chiusa nel bagno della Fabbrica, pensare a queste cose mi fa sentire che ho ancora potere. Mi sembra quasi che non sarebbe tutto finito neanche se rimanessi qua in eterno perché potrei ascoltare i miei ricordi e allora li ripasso uno per uno così non c’è il rischio di dimenticarli.
E poi appoggio la fronte sulla porta del bagno e sento un clac, come se fosse scattato il meccanismo inceppato della serratura; provo a girare la maniglia e questa acconsente al movimento e spalanco la porta resuscitando.
Il resto del bagno è buio, ma non accendo la luce perché ci sono gli specchi e non sai mai quello che ci potresti vedere la notte, cose come i diavoli bambini con le corna o donne annegate gonfie e viola. Raggiungo la sala video dove entrano le luci dei lampioni di fuori a rischiarare un poco. È una penombra fitta, le file di sedie sembrano addormentate, accucciate con i sedili richiusi come se avessero tirato su le gambe per trattenere il calore del corpo.
La porta che dà sulla scala di ferro è chiusa. Provo l’altra, quella che immette sul corridoio, dopodiché lo percorro con la mano a sfiorare la parete. È liscia di vernice, tranne dei grumetti appuntiti qua e là. Se fossi in un labirinto dovrei fare proprio così: tenere la mano sul muro e non staccarla più fino all’uscita. È l’unico modo per non perdersi. Ma io devo solo trovare le scale e scendere.

Nell’androne c’è il bancone della reception e la grossa porta di vetro senza maniglie. Si apre con un sensore che adesso deve essere spento perché anche quando mi avvicino e muovo le mani sopra alla testa come se salutassi chi sta dall’altra parte, non dà segni di volersi aprire. Non c’è nessuno fuori, solo il viale di casuarine che vibrano i loro aghi al vento caldo della notte. Potrei aspettare la ronda del custode perché so che ce n’è uno, ma sull’isola non ci sono molti ladri e anche se rubassero i pesci poi non saprebbero che farsene, così il custode non ha molto da fare ed è probabile che dorma in questo momento, o guardi le partite di Boxe Tv.

Mi avvicino al bancone e vedo il telefono. Potrei chiedere aiuto. Ma a casa non ne abbiamo uno, e non conosco nessun numero a memoria.
Mamma ci lavora ai telefoni. Quando la sera le chiediamo una storia per addormentarci, lei si ricorda solo delle cose di cui ha parlato durante il giorno. Più indietro la sua memoria non va. Vorrei sapere della notte in cui sono nata, se ero viola o gialla, se strillavo o agitavo i pugni. Ma queste cose, mamma le ha scordate.
Allora ci racconta della gente con cui parla. Lei tratta solo con i clienti che hanno già gli occhi trapiantati. Perché all’inizio va tutto bene, chi non aveva mai visto non si stanca di guardare quello che aveva sentito con le mani, chi aveva perso la vista per un incidente o una malattia chiama per ringraziare, e anche quelli che volevano solo avere degli occhi belli sono contenti e soddisfatti del risultato, ma quando passano i mesi chiamano perché ne hanno bisogno. Iniziano dicendo che sentono la pelle secca, ma i dottori non li possono aiutare perché non è vero. È una sensazione. Così mamma consiglia bagni di sale e i clienti provano sollievo. Dopo arriva la nostalgia e per quella chiacchierare con le telefoniste aiuta.
Mamma descrive l’isola, il mare, le palme che s’inclinano sul bagnasciuga e la sabbia bianca delle spiaggette. Solo che loro vogliono sapere di più, vogliono che parli degli squali, della barriera corallina, dei fondali e dei raggi di sole che bucano l’acqua. Mamma queste cose non le saprebbe dire perché non è mai stata una da immersioni, però basta che legga quello che la Fabbrica le ha scritto, sul foglio appiccicato davanti al suo naso. Ai clienti piace ascoltare.
Lei parla proprio come se fosse un pesce e dice così:

“Mi tuffo con un colpo di pinna caudale – splash – e m’immergo; l’acqua tiepida in superficie si fa più fresca man mano che scendo. Trovo i miei fratelli e le mie sorelle in un turbinio di bollicine. Sfreghiamo i musi per salutarci e glu glu glu, sbattiamo le code. Adesso stiamo entrando in una conchiglia gigante, l’attraversiamo. Poi ci lasciamo trasportare giù dalle correnti fredde; afferriamo il cibo, strappandocelo l’un con l’altro. Glu glu glu. Ci facciamo il solletico, ci stacchiamo di dosso le alghe, giriamo a mulinello fino a che non si capisce più da che parte è l’alto e dove il basso, dove la tana o le conchiglie. Ci piace mangiare!
Facciamo scorpacciate di molluschi e chioccioline che fluttuano intorno a noi, battiamo le pinne, e sfrecciamo da un guscio all’altro, afferrandoli fra i denti e talvolta, quando in due puntiamo la stessa preda, finiamo per darci un bacio, muso contro muso e la chiocciolina salta lontano. Torniamo a rincorrerla, che vinca il più veloce! Glu glu glu.”

La voce di mamma è un po’ monotona perché legge e racconta senza entusiasmo, ma ha un timbro piacevole da ascoltare. Io e i miei fratelli ci addormentiamo ascoltandola, oppure, quando il sonno non arriva le chiediamo cosa dicono i clienti e lei risponde che li sente sorridere, che dicono è vero è così, mi sembra di ricordarlo. Vorrei vederlo ancora, mandami una cartolina, una conchiglia, una manciata di sabbia, il guscio di un mollusco. Mamma dice che quella è nostalgia e che non c’è una cura se non sentire sempre le stesse parole, e adesso che le ho ripetute nella mia mente credo di sapere cosa provano i clienti con gli occhi dei pesci, qua da sola, mentre l’isola dorme e gli oggetti non mi ubbidiscono più perché sono cresciuta.
E se fossi a casa andrei nel letto di mamma e annuserei il cuscino che profuma di shampoo al cocco, ma non posso uscire.

Nell’androne c’è una statua dorata al centro di una fontana a vasca. Rappresenta una Sirena oculorum, la specie che si alleva qua. È una razza che nuotava nel nostro mare, ma gli scienziati della Fabbrica l’hanno modificata e hanno creato un pesce tutto nuovo che si merita un nome suo.
La chiamano sirena perché il DNA è simile al nostro, così da evitare il rigetto degli occhi, ma in realtà è un pesce, non assomiglia alle creature delle leggende. La guida dice che sono degli ottimali supporti biologici su cui far crescere occhi. Il padre di Carlos che era un lavorante di quelli che badano ai pesci dice che li vedeva piangere. Nessuno gli credeva, come fai a riconoscere le lacrime in mezzo all’acqua? Gli chiedevano. Te lo stai inventando. No, no, rispondeva, il pianto del pesce l’ho visto davvero. E questa storia la diceva sempre a tutti, come se non riuscisse a tenersela dentro, però non avrebbe dovuto farlo, perché è finita che l’hanno licenziato.

Le vasche sono sul tetto. Prendo le scale: l’ascensore è della stessa famiglia dei bagni, potrebbe disubbidire e mi ritroverei daccapo in una prigione. Quando arrivo su, apro lo sportello che porta al tetto e non si vede che la volta stellata e il mare nero. Nelle vasche ci sono puntini colorati e devono essere i batteri bioluminescenti, così che pare un altro cielo coricato sotto a quello vero. Mi avvicino e infine le vedo, le Sirene oculorum che nuotano e mi guardano con gli occhi da persona.
Forse il padre di Carlos aveva ragione. Come ai clienti a cui viene la nostalgia del mare, anche ai pesci manca qualcosa adesso che sono sirene. Le gambe, o la voce. O il nostro cibo. Apro lo zaino e srotolo la palla di stagnola che avvolgeva il mio sandwich. Sono rimaste delle briciole. La scuoto sul bordo della vasca e le sirene si avvicinano e fanno come dice mamma, si contendono i frammenti del resto del mio pranzo, e poi mi guardano come se si fosse alleviata appena appena la loro nostalgia. E se parlassero direbbero, è vero, è così, mi sembra di ricordarlo.

Mi siedo sul tetto della Fabbrica, fra le vasche dei pesci e guardo il mare e le ombre che giocano sull’acqua. Lungo la linea dell’orizzonte mi pare di vedere canoe che tornano indietro, o nuvole a forma di canoe, con gli indigeni che cercano la corrente che li riporti a casa. E d’improvviso ho il batticuore, non perché mi hanno dimenticata qua come le palline da ping pong che le mareggiate portano dalle isole turistiche, neanche perché sto diventando grande e non potrò più farmi ubbidire dagli oggetti, ma perché sento il rombo di un motore che squarcia il ritmo delle onde e riconosco il motoscafo dello zio di Carlos. Se ne vanno lontano. E la vita mi sembra la trappola che preparano le larve di formicaleone, un cono scavato nella sabbia, che si restringe sempre più e non resta che scivolare verso il fondo, dove ti aspetta una tenaglia, ed è la fine.
Ci provo a fermare la barca, a bloccare il motore o far ritirare il mare, ma sono troppo cresciuta e le cose non mi danno più retta. Stringo nel pugno la carta stagnola e la scia del motoscafo sbiadisce piano piano. Ed è in quel momento che vedo i pesci piangere e chi non capisce la differenza fra l’acqua salata e le lacrime dev’essere qualcuno che non ha mai perso niente.


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